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Neuroscienze, scienze cognitive, tecniche di imaging… tutto quello che riguarda la “materia grigia” che si nasconde dietro quella comoda scatola bianca ricoperta di capelli (anche se non sempre) che ci picchiamo di chiamare testa.

Verso una nuova cartografia cerebrale

Il cervello umano produce in 30 secondi altrettanti dati di quanti il telescopio spaziale Hubble ha prodotto in quasi trent’anni di onorata carriera. Non male, vero? E se vi piacciono i numeri – e i paragoni – posso aggiungere che in un singolo essere umano ci sono grosso modo altrettante cellule cerebrali  di quante sono oggi le pagine internet, milione più o milione meno. Stiamo parlando di circa 86 miliardi di neuroni, ciascuno dei quali ha in media 1750 connessioni (sinapsi) ad altri neuroni. Numeri fuori dalla portata dei computer moderni e, devo dire, anche da quella del mio pensiero. Il cervello ha una complessità tale da risultare incomprensibile al cervello. Ci serve una mappa o, per usare un termine più specifico, una cartografia cerebrale aggiornata.

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Una mappa del cervello: sì, ma come?

Le mappe, si sa, per quanto in molti casi possano risultare indigeste sono estremamente utili per orientarsi. Vero è che negli ultimi anni, da quando dire che gli smartphone sono un oggetto “diffuso” è diventato un eufemismo, l’abitudine di utilizzare app come Google Maps ha preso piede, a volte fin troppo. Come a Venezia, dove è utilissima anche a chi la città un po’ la conosce, figurarsi a chi vi si reca per la prima e probabilmente unica volta; mi è capitato più volte di vedere turisti talmente presi dall’osservazione dei percorsi tracciati sul cellulare da non prestare attenzione alcuna alle meraviglie che si innalzavano loro intorno  e prestarne ancor meno alle inevitabili asperità presenti sul terreno, con conseguenze che potete facilmente immaginare.

E comunque. Dopo tutti questi mesi di silenzio non era di questo che volevo parlare, bensì di cos’è, come si disegna e a cosa serve una mappa del cervello. Un post non sarà sufficiente, e forse nemmeno due. Ma da qualche parte bisogna pur incominciare, e questa volta – tanto per cambiare – partiremo con un po’ di storia.

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L’impossibile equilibrio del cervello dei ragazzi

Non avrò più sedici anni. Non avrò più le versioni di latino (e questo lo posso accettare di buon grado) e non mi innamorerò più per la prima volta (e anche questo, se ci penso bene, non sono sicura di rimpiangerlo davvero). Il cervello dei ragazzi adolescenti, considerato retrospettivamente da un’ultra trentacinquenne, è un sistema in ebollizione fuori controllo; è una montagna russa di emozioni che ti portano, nell’arco delle due ore che separano l’intervallo dall’uscita da scuola, a provare un’alternanza-miscuglio di sconforto, felicità, estasi, desolazione, noia e rabbia.

Bene, tutto questo lo sapevo già per averlo vissuto e averlo impresso, più o meno indelebilmente, nella memoria. Ma i ricordi di quegli anni non sono neanche lontanamente altrettanto vividi dell’esperienza – e questo non vale, o almeno non nello stesso modo, né per i ricordi d’infanzia né per quelli legati a una fase più adulta – diciamo a partire dalla fine dell’università, per essere sicuri.

Grazie a un articolo comparso su Scientific American nel giugno scorso (sì, sono sempre indietro di qualche mese sulla lettura), finalmente credo di aver compreso il perché di tutto questo, ossia della girandola di emozioni incontrollabili allora e dello sbiadimento dei ricordi oggi.

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Di che colore è una banana?

Che domanda stupida: una banana è gialla, lo sanno anche i bambini! Nel corso della sua breve esistenza, tuttavia, una banana è gialla soltanto per una piccola parte del tempo, un giorno o al massimo due: inizialmente è verde, quando è ancora acerba, poi è vero che durante la maturazione diventa sempre più gialla ma, ben presto, il giallo comincia a tendere verso il marroncino, e il frutto si cosparge progressivamente di puntini che indicano un eccessivo grado di maturazione. A quel punto, se ancora non ce ne siamo liberati mangiandola oppure gettandola via, la banana tende a diventare sempre più scura, finché il marrone diventa quasi nero e la buccia comincia ad avvizzire.

Eppure, quando pensiamo a una banana, l’immagine che si presenta agli occhi della nostra mente è inequivocabilmente tinta di giallo: questa è la nostra percezione del colore del frutto, questo – ossia il giallo (e non il verde, e neppure il marroncino puntinato) – è il colore che proiettiamo su tutti gli “oggetti-banana” che fanno parte della nostra realtà.

Ciò succede perché il colore non è semplicemente la luce che colpisce i nostri occhi, quanto il risultato di un insieme di esperienze.

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La sostanza di cui sono fatti i sogni

Fin dagli albori dell’umanità, i sogni sono stati soggetto e oggetto di speculazioni, miti, narrazioni, divinazioni… Quasi ogni cultura ha avuto qualcosa da dire su quale potesse essere la natura dei sogni: umana o divina? Sessant’anni prima della pubblicazione de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, Edgar Allan Poe scriveva, nel suo saggio An Opinion on Dreams:

Sono state azzardate varie ipotesi sulla natura dei sogni e se essi abbiano una qualsivoglia connessione con il mondo invisibile ed eterno, oppure no. Mi pare che il motivo per cui non si sia ancora giunti ad alcuna conclusione sia perché nessuno ha mai distinto la Mente dall’Anima, ma esse siano sempre state trattate come una unica entità. Ritengo che l’uomo sia anch’egli una Trinità fatta di Mente, Corpo e Anima, e che pertanto alcuni sogni siano indotti dalla mente, altri dall’anima.

Oggi, dopo oltre un secolo di psicanalisi, le neuroscienze continuano ad aprire nuovi punti di vista sulla natura dei sogni, in particolare sul loro substrato biologico.
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