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Come d’autunno sugli alberi il colore delle foglie

Anche quest’anno, a partire all’incirca da metà ottobre, la rete è stata invasa da immagini di quello che, ho da poco appreso, oggi tutti chiamano foliage: il cambiamento di colore delle foglie degli alberi. Dal verde della collezione P/E si passa a una gamma di colori che vanno dal giallo al rosso, passando per varie tonalità di arancione e toccando talvolta una punta violacea.

A parte che foliage l’ho sempre sentito pronunciare alla francese, mentre si tratta di un termine della lingua inglese (il francese ha feuillage, che si pronuncia così), la parola foliage originariamente indicava semplicemente la chioma di un albero indipendentemente dal suo colore; soltanto negli ultimi anni, credo per traslazione – ma non sono mai stata brava con figure retoriche & Co. -, è passato a descrivere questo fenomeno tipicamente autunnale, almeno per noi che viviamo nell’emisfero boreale.

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I colori non esistono (?)

Galileo Galilei: uno dei massimi scienziati della storia, il padre del metodo scientifico, scrittore eccellente ancora oggi piacevolissimo da leggere… Cosa pensereste scoprendo che questo personaggio così importante, in cui sembrerebbe un delitto non riporre la nostra massima fiducia, ha un giorno affermato, quasi con leggerezza, che i colori non esistono?

Per lo che vo io pensando che questi sapori, odori, colori, etc., per la parte del suggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sí che rimosso l’animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualità.

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Di che colore è una banana?

Che domanda stupida: una banana è gialla, lo sanno anche i bambini! Nel corso della sua breve esistenza, tuttavia, una banana è gialla soltanto per una piccola parte del tempo, un giorno o al massimo due: inizialmente è verde, quando è ancora acerba, poi è vero che durante la maturazione diventa sempre più gialla ma, ben presto, il giallo comincia a tendere verso il marroncino, e il frutto si cosparge progressivamente di puntini che indicano un eccessivo grado di maturazione. A quel punto, se ancora non ce ne siamo liberati mangiandola oppure gettandola via, la banana tende a diventare sempre più scura, finché il marrone diventa quasi nero e la buccia comincia ad avvizzire.

Eppure, quando pensiamo a una banana, l’immagine che si presenta agli occhi della nostra mente è inequivocabilmente tinta di giallo: questa è la nostra percezione del colore del frutto, questo – ossia il giallo (e non il verde, e neppure il marroncino puntinato) – è il colore che proiettiamo su tutti gli “oggetti-banana” che fanno parte della nostra realtà.

Ciò succede perché il colore non è semplicemente la luce che colpisce i nostri occhi, quanto il risultato di un insieme di esperienze.

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Van Gogh e i colori che cambiano

Ricordo bene la prima volta che ho visitato il museo Vincent Van Gogh di Amsterdam: era l’estate del 1995 ed era il mio primo InterRail – nonché l’ultimo, anche se allora non potevo saperlo e pensavo che non avrei mai viaggiato altro che in treno, preferibilmente di notte per risparmiare. Probabilmente all’epoca non sapevo nemmeno dell’esistenza della sindrome di Stendhal, però sono andata molto vicina allo stordimento quando finalmente uscii a riveder le stelle dopo quattro ore trascorse passando da un quadro di Van Gogh al successivo, con tutta la lentezza consentita dalle onnipresenti code davanti alle tele.

van gogh e i colori

Quel che però non ero l’unica a non sapere, e che solo negli ultimi anni è stato dimostrato, è che i quadri che vediamo oggi sono molto diversi da quelli originariamente dipinti dall’artista olandese. I gialli si sono scuriti o schiariti e molti rossi sono del tutto scomparsi. Eppure la documentazione in nostro possesso, e in particolare le lettere al fratello Theo in cui erano meticolosamente dettagliati gli ordini e i fornitori a cui rivolgersi, dimostrano che Van Gogh dava molto peso alla scelta dei colori, analizzando la qualità e le proprietà dei pigmenti con grande cura e valutandone rischi e benefici; il colore aveva per la sua arte un ruolo fondante. Ha forse commesso degli errori nella scelta di uno strumento espressivo per lui così importante?

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Caleidoscopicamente

Tutti noi abbiamo, una volta o l’altra, giocherellato con un caleidoscopio che ci era stato regalato o in cui eravamo casualmente incappati a casa di qualcuno. E tutti noi, sicuramente, ci siamo meravigliati delle infinite forme bellissime che venivano a crearsi, sempre differenti, all’interno del tubo di cartone in risposta ai nostri movimenti rotatori.

Alcuni, fra noi, sono stati talmente colpiti dai giochi di luce e forme in movimento da voler riproporre il meccanismo del caleidoscopio su scale ben maggiori di quelle del tubicino da far girare tra le dita inventato dal fisico inglese David Brewster nella prima metà dell’Ottocento.

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