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Sembrare un madrelingua… oppure anche no?

La mia prima insegnante di inglese, incontrata alle scuole medie, credo non avesse mai messo piede in vita sua in una nazione anglofona. Sicuramente, quando leggeva dal libro di testo, poteva sembrare un madrelingua… piemontese. Ricordo il suo How do you do?, pronunciato con forte inflessione cuneese, con rabbia mista ad affetto, anche se alla fine ha prevalso la rabbia, mia e dei miei genitori, che alla prima occasione mi hanno spedito in Inghilterra per, sostanzialmente, ricominciare da capo. Dopo tutto, per imparare una lingua straniera – e questo è vero oggi come lo era negli anni Novanta, e probabilmente resterà vero anche in un futuro fantascientifico in cui saremo tutti dotati di un traduttore universale à la Star Trek o di un pesce di Babele à la Guida galattica per autostoppistiniente di meglio che andare in loco, là dove la lingua è parlata, scritta e usata continuamente dalla maggioranza della popolazione.

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Le parole dell’arcobaleno

Qualche anno fa, il filosofo e psicologo Nicholas Humphrey scrisse – e io ebbi il piacere di tradurre – un saggio intitolato come il mio colore preferito: Rosso. Si trattava di uno studio sulla coscienza e la percezione, e iniziava con una domanda apparentemente banale: quando guardiamo qualcosa di rosso, attraverso quale meccanismo psicologico, e in che modo, viviamo ed elaboriamo l’esperienza di quel particolare colore? E soprattutto, è possibile affermare che la mia esperienza del rosso è, oppure non è, uguale alla vostra? Continua a leggere Le parole dell’arcobaleno

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