Una storia naturale dell’occhio

I nostri occhi sono, fra tutti gli straordinari organi di cui è fatto il nostro corpo, quelli che da sempre mi hanno più affascinato.

Sarà che porto gli occhiali da tempo immemorabile e che la mia unica esperienza con le lenti a contatto, anni e anni fa, mi ha provocato un’escoriazione alla cornea e molteplici crisi di rigetto, ma provo per gli occhi un’ammirazione sconfinata per il modo in cui apparentemente senza fatica riescono a metterci in contatto con l’ambiente esterno e a farmi godere di piaceri molteplici senza farmi ingrassare di un grammo!

L’autore del romanzo Il peso dei numeri, Simon Ings, si è cimentato questa volta in un saggio dedicato all’occhio, di cui parla con una soggezione simile alla mia da un punto di vista fisiologico ma anche simbolico, con la prospettiva di un accademico storico della scienza seppure non lo sia neanche lontanamente.

La sua Storia naturale dell’occhio è un libro eccezionale, ricco di aneddoti sulla vista e sul modo in cui ci rapportiamo a questo organo di senso così fondamentale, troppo spesso dato per scontato da chi, me per prima, non si rende conto della fortuna che ha di poter abbracciare il mondo semplicemente grazie a un battito di ciglia.

Quella parte di storia della scienza che parla degli studi sulla visione umana è appassionante come e più di un romanzo; a questo si affiancano ricchi resoconti sulla visione nel mondo animale, con attente analisi sull’evoluzione degli organi deputati alla vista corredate di meticolose descrizioni – talvolta un po’ inquietanti, come nel caso di molti insetti.

Un libro non di facilissima lettura per chi, come la sottoscritta, non ha competenze in ambito fisiologico; ma lo sforzo è assolutamente ripagato ogni volta che la visione della realtà esterna è arricchita dalla consapevolezza di tutti i meccanismi che la rendono possibile.

 

Coding the body

kinematicsSono un po’ emozionata, perché un oggetto che possiedo (e che mi è stato regalato dopo che, per la prima volta, mi sono sentita molto 2.0 perché su richiesta del “regalante” gli ho mandato via email un link allo shop on-line dello studio di design di Boston che lo produce) sarà esposto in una mostra a New York.

L’oggetto è il braccialetto mostrato in figura; si chiama Tetra kinematics ed è formato di 15 pezzi unici, ciascuno stampato con una stampante 3D. Se interessa, potete acquistarlo (o approfondire le informazioni) qui.

Nervous System Kinematics

La mostra, che è forse la cosa più interessante (e sicuramente meno egoriferita), si chiama Coding the body e inaugura in questi giorni a New York negli spazi di Apexart.

L’idea della mostra nasce dalla constatazione che i nostri corpi e le nostre vite sono, sempre più, definite da codici. Le app dei nostri smartphone dicono dove siamo a noi e agli altri, i nostri codici genetici (almeno in parte) hanno voce in capitolo sul nostro passato e sul nostro futuro, i codici delle varie religioni danno disposizioni su cosa possiamo o talvolta dobbiamo usare per vestire e nutrire i nostri corpi.

Esistono ormai esoscheletri che, come nel bel film Elysium con Matt Damon e Jodie Foster, possono rendere il nostro corpo invincibile; la moda ben presto sarà ancora più personalizzata, con scanner che mappano il nostro giro-vita, giro-braccia e giro-tutto e consentono di stampare in 3D vestiti fatti veramente su misura. Anche il mondo dei gioielli e degli accessori, come mostra ad esempio il lavoro dello studio newyorkese Frances Bitonti, sta passando a una produzione localizzata, in cui gli oggetti vengono scelti e personalizzati online e stampati poi in 3D da uno degli hub più vicini al cliente. Questa una delle loro clutch, che temo non potrò mai permettermi ma che mi sembra assolutamente meravigliosa…

clutch_22

Codici e macchine sono voraci nel reclamare il nostro tempo, la nostra attenzione e, sempre più, anche il nostro corpo fisico. Coding the body si interroga sui rapporti tra i codici e il corpo umano, esplorando il modo in cui i codici vengono sempre più usati per decorare il corpo ma anche per controllarlo, per rafforzarlo ma con il sogno di riuscire un giorno a replicarlo.

Il DNA in 3 minuti

Un bel video della BBC spiega in poco più di 3 minuti il funzionamento, il ruolo e il significato del DNA, il manuale di istruzioni della vita così come la conosciamo – con un esempio piuttosto sfizioso di grafica flat.

Segue una (mia) traduzione del testo dall’inglese all’italiano (con minutaggio). Consiglio comunque la lettura del testo in italiano, è “da manuale”.

00:00 – 00:11
Il DNA è il manuale di istruzioni per costruire la vita. Dai microbi, alle piante, agli esseri umani, definisce tutti noi.

00:12 – 00:35
Il set di istruzioni completo, codificato in tutti gli organismi, è il genoma, e viene trasmesso di padre in figlio durante la riproduzione. L’informazione è immagazzinata nel DNA grazie a sole quattro molecole accoppiate due a due (adenina, timina, guanina, citosina). Ci sono miliardi di coppie del genere, organizzate in una struttura a doppia elica forte e compatta.

00:36 – 00:59
Queste coppie fanno sì che ciascun filamento sia un backup del compagno: si tratta di un modo incredibilmente efficiente di salvaguardare la preziosa informazione genetica. Il DNA si ripiega in pacchetti accoppiati – i cromosomi – conservati nel nucleo delle cellule. Specie diverse hanno un numero diverso di cromosomi; gli uomini ne hanno 23 coppie.

01:01 – 01:18
I cromosomi contengono molti geni. Un gene è una sezione di DNA che contiene le istruzioni per una proteina. Le proteine sono essenziali per la vita, ed eseguono un’enorme varietà di compiti, dal controllo delle funzioni di una singola cellula fino a dare la forma dell’organismo nel suo complesso.

01:19 –01:45
In una specie, ogni organismo ha un DNA molto simile a quello degli altri. Negli esseri umani, la differenza tra una persona è un’altra è una frazione di percentuale. Tuttavia, è questo ciò che ci rende unici, dandoci un volto, un colore dei capelli e un’altezza diversi. L’unicità del nostro DNA può essere usata come un’impronta digitale che ci identifica con un livello di accuratezza straordinario.

01:47 – 02:14
Leggendo il nostro DNA, gli scienziati hanno scoperto che non condividiamo sequenze soltanto con individui della nostra specie, ma anche con qualsiasi altro organismo vivente sulla Terra. Gli scimpanzé, tra i nostri parenti viventi più prossimi, condividono con noi circa il 96% del DNA. Abbiamo anche geni in comune con i pesci, con le piante e con i batteri. E’ una prova consistente del fatto che tutta la vita è originata da un singolo antenato comune vissuto miliardi di anni fa.

02:15 – 02:45
Non abbiamo soltanto imparato a leggere il manuale di istruzioni della vita, ma anche a riscriverlo. L’uomo ha manipolato il DNA da ben prima di conoscerlo, selezionando piante e animali da allevare per fare emergere le caratteristiche desiderate. Oggi, l’ingegneria genetica ci consente di alterare il DNA direttamente in laboratorio, creando nuove varietà di vita: da piante che resistono alle malattie o alla siccità a batteria che possono produre grandi numeri di ormoni che ci salvano la vita.

02:46 -03:04
Tuttavia, non conosciamo ancora tutto. Esistono sequenze che non codificano nessuna proteina e, forse erroneamente, sono state nominate “junk”, spazzatura. Alcuni sono preoccupati di questi buchi nelle nostre conoscenze e di problemi imprevisti che pensano potranno essere generati da organismi modificati geneticamente.

03:05 – 03:19
Quello che è chiaro è che il manuale di istruzioni della vita è più sottile, elegante e complesso di quanto avremmo mai potuto immaginare. Il DNA ha rivelato parecchi dei suoi segreti, ma abbiamo ancora molto da imparare.

Abiti che anticipano il futuro

In questi giorni, a Londra (e dove, se no?), si è tenuto un incontro dal titolo “Wereable Futures” – letteralmente, “Futuri indossabili”, anche se la traduzione in italiano oltre a non essere particolarmente eufonica rende abbastanza poco l’idea.

I wearables, le “cose che si indossano”, possono essere cose molto diverse tra loro, e al momento l’esempio più noto ai profani è sicuramente quello degli “occhiali” Google Glass – ho messo “occhiali” tra virgolette perché a parte la forma non hanno molto a che vedere con l’oggetto che da circa vent’anni mi grava sul naso e mi fa spesso rimpiangere di non essermi mai riuscita ad abituare alle lenti a contatto. Il primo esempio che mi viene in mente è tratto dalla cinematografia, e penso al guanto indossato da Tom Cruise in Minority Report – ma chiunque abbia uno smartphone (ossia praticamente tutti, mia madre compresa, eccetto la sottoscritta) non è tanto lontano dal concetto e, sono sicura, sarebbe felice di non doverlo sempre andare a cercare nei più riposti meandri della borsa (o della stanza, se è un uomo) ma di poterlo avere sempre con sé, quasi come una seconda pelle.

I wearables sono caratterizzati da due coppie di caratteristiche: da un lato funzionalità/espressività (non soltanto devono essere utili, devono “servire a qualcosa”, ma devono anche consentire a chi li indossa di esprimere il proprio modo di essere, di sentire), dall’altro il binomio interno/esterno (non si rivolgono soltanto a chi li indossa, ma interagiscono anche con l’ambiente circostante).

sensoree

Nell’immagine è mostrato all’opera Heart Sync, in cui dei sensori collegati al battito cardiaco creano degli spettacolari giochi di luce nel momento in cui il nostro cuore batte all’unisono con quello di un’altra persona nella stessa stanza. I campi di applicazione più rilevanti, nel prossimo futuro, saranno però con ogni probabilità quello della cura della persona, il benessere psicofisico e la salute e la sostenibilità ambientale.

Con le parole della sociologa (credo si possa definire così…) Francis Corner:

La moda non può più essere limitata alla bellezza giovane. Una popolazione che invecchia, patologie a lungo termine, solitudine, disabilità, obesità e disturbi alimentari hanno preso il posto della salute e del benessere. Fattori come le nuove tecnologie, i nuovi tipi di tessuto e le nuove tecniche di design, insieme alle possibilità economiche, ci danno le risorse per iniziare a sviluppare un’industria [della moda] più inclusiva, con un pubblico e acquirenti nuovi […], presagendo un futuro più aperto a tutti. Questo significa che chi insegna nell’ambito della moda deve collaborare con scienziati, psicologi, sociologi, chimici e fisici per esplorare tutti i modi in cui la scienza e il mondo industriale possono provare a rispondere ad alcune delle sfide che la nostra società si troverà ad affrontare.

I tessuti “intelligenti” che secondo alcune pubblicità dovrebbero aiutarci a smaltire la cellulite, rassodare i muscoli e non so cos’altro (forse lisciare le rughe?) sono una realtà? Forse lo saranno in un futuro molto vicino, e in parte lo sono già. La cosa più interessante, secondo me, è vedere come i designer da un lato stanno immaginando modi sempre più interlacciati per collegare il nostro corpo (organico) alle “meraviglie” della tecnologia più avanzata e, dall’altro, si rivolgono alla natura per trarre un’ispirazione nuova, corroborata proprio dalla tecnologia.

Il mio esempio preferito è il lavoro di uno studio americano, di Boston, che si è dato un nome che è tutto un programma: Nervous System, il sistema nervoso.

nsystemUsando un’interfaccia relativamente semplice (basata su un linguaggio di programmazione concepito appositamente per artisti e designer, Processing), i futuri acquirenti possono generare progetti di gioielli, oggetti e ultimamente anche abiti che vengono poi realizzati letteralmente su misura grazie alla tecnologia della stampa 3D.

Sembra un incrocio tra una litografia di Escher e una ragnatela ingrandita, plastificata e resa assolutamente irresistibile – provare per credere.

Come sentirsi realizzati

L’ex avvocato Susan Cain, nel suo bellissimo Quiet, best-seller del 2012 negli Stati Uniti e – forse un po’ meno, sfortunatamente – anche in Italia, descrive una tecnica apparentemente semplice e di facile messa in pratica per realizzarsi come individui e come professionisti. Forse Billy Elliot, con tutta la sua determinazione, non ne avrebbe avuto bisogno, ma sono sicura che molti di noi che lo troveranno piuttosto utile. Billy Elliot

Un brano breve e intenso che colpirà soprattutto chi, come la sottoscritta, ha la tendenza a identificarsi (quasi) completamente con la propria professione. La traduzione che segue è mia, ma il libro è uscito in edizione italiana per Bompiani.

Avendo trascorso molto tempo pensando alla mia carriera e aiutando altre persone con la propria, ho scoperto che ci sono tre fattori chiave per identificare i vostri progetti fondamentali.
In primo luogo, pensate a cosa amavate fare quando eravate bambini. Cosa rispondevate alla domanda “cosa farai da grande?” La risposta specifica potrebbe essere fuorviante, però l’impulso alla base non lo è. Se volevate essere un pompiere, cosa significava per voi? Un uomo buono che aiuta le persone in difficoltà? Un eroe coraggioso? O era per il piacere di guidare un grosso camion? Se volevate essere una ballerina, era per i costumi o perché ambiavate agli applausi, o era la pura gioia delle piroette? È possibile che allora sapeste più cose, su di voi, di quelle che sapete ora.
In secondo luogo, prestate attenzione ai lavori attorno a cui gravitate. Quando lavoravo per lo studio legale, non ho mai lavorato gratuitamente per lo studio in sé, ma trascorrevo molto tempo facendo volontariato per un’organizzazione femminile e facevo parte di numerosi comitati dedicati a formare e orientare gli avvocati più giovani dello studio. Ora, […] non sono esattamente il tipo da comitati, ma quelli avevano degli scopi in cui credevo profondamente.
Infine, fate attenzione a ciò che invidiate. La gelosia è una brutta emozione, ma dice la verità. Invidiamo soprattutto ciò che vorremmo avere. Ho incontrato la mia invidia dopo un incontro con dei miei ex compagni di università. Parlavano con ammirazione e, si, con gelosia, di un compagno che aveva regolarmente udienze di fronte alla corte suprema. Inizialmente ero critica: buon per lui! Ho pensato, congratulandomi per la mia magnanimità. Pi ho capito che non contava molto, perché era quello cio a cui aspiravo. Quando mi chiesi chi era, allora, che invidiavo davvero, la risposta fu istantanea: i miei compagni che erano diventati scrittori o psicologi.
Oggi sto costruendo la mia propria versione di entrambi questi ruoli.

Già prima del successo di Quiet, Susan Cain aveva comunque smesso di fare l’avvocato e si era dedicata alla scrittura offrendo, come attività “di copertura”, alcune consulenze professionali. Oggi continua a scrivere sul sito www.thepowerofintroverts.com e trascorre molto tempo con la propria famiglia.

Non male…

Scienza, Arte, Parole di carta