falena bianca falena nera

Falena nera, falena bianca

L’evoluzione è di solito un processo talmente lento da non poter essere osservato in modo diretto; come ci insegna la storia di una falena bianca, diventata nera e poi divenuta nuovamente bianca, tuttavia, esistono dei casi in cui si possono testimoniare i cambiamenti evolutivi proprio durante il loro svolgimento.

Questo in realtà può avvenire, in prima battuta, grazie a procedimenti di selezione artificiale. Chi legge per la prima volta L’origine delle specie, ad esempio, può sorprendersi di trovare, all’inizio del primo capitolo, una trattazione piuttosto dettagliata degli incroci eseguiti tra diversi tipi di piccioni, di cui lo stesso Darwin era un appassionato allevatore.

Nel corso del tempo, selezionando esemplari con particolari caratteristiche, come un becco più grande o una coda con un maggior numero di penne, gli allevatori di piccioni sono stati capaci di produrre numerose razze differenti, i cui esemplari, pur appartenendo sempre alla medesima specie, differiscono nell’aspetto più di animali appartenenti a specie diverse.

piccioni falena bianca
Un esempio particolarmente interessante di come sia stato l’intervento dell’uomo a plasmare il comportamento della natura – un intervento indiretto, a differenza del caso della selezione artificiale – è quello della falena Biston Betularia.

falena bianca
Noto anche come farfalla punteggiata delle betulle, quest’insetto notturno è solito posarsi su tronchi ricoperti da licheni; la sua colorazione chiara, come si può vedere dall’immagine qui sopra, gli consente un mimetismo quasi perfetto rispetto alla corteccia dei suoi alberi preferiti.

Fin qui, niente di strano. Il fatto è che almeno fino al 1845, in Inghilterra, quasi tutti gli esemplari di Biston betularia osservati dai naturalisti erano di questo colore chiaro; quello stesso anno, nella zona industriale di Manchester, venne però catturato un esemplare molto, molto diverso, più simile a quello rappresentato nella foto in basso:

falena nera
Ma cos’erano e da dove arrivavano queste falene nere? Bisogna ricordare, innanzitutto, che era iniziata la Rivoluzione Industriale, e con essa l’inquinamento: le particelle di fuliggine derivanti dalla combustione del carbone avevano a poco a poco ricoperto ogni cosa, uccidendo i licheni sui tronchi delle betulle, che iniziarono così a scurirsi sempre di più.

Parallelamente, le falene chiare divennero sempre più rare, tanto che già nel 1850 era quasi impossibile trovare un esemplare chiaro di Biston Betularia – se non molto lontano dalle zone inquinate. Era forse possibile che le falene nere fossero esemplari di falena bianca colpiti dalla stessa sorte dei tronchi, ossia “scuriti” dal carbone?

No, le cose stavano diversamente. Gli scienziati riuscirono a dimostrare che una certa percentuale di falene più scure era sempre stata presente nella popolazione come variazione naturale; si trattava di due morfotipi differenti della stessa farfalla notturna, o in altri termini di una variazione genetica che distingue una falena da un’altra. Benissimo, però una questione restava comunque aperta: il numero di falene scure, tutt’a un tratto, era aumentato vertiginosamente, a discapito di quelle bianche: cos’era mai successo?

Alla fine degli anni cinquanta H.B.D. Kettlewell, medico ed entomologo dilettante, ipotizzò che le falene che si potevano mimetizzare meglio grazie al colore delle loro ali sfuggivano più facilmente agli uccelli insettivori; per questo motivo, con l’accumulo di polveri sui tronchi, le falene scure si erano per così dire “trovate meglio” di quelle chiare: avevano trovato un habitat più consono al proprio modo di essere, che facilitava la mimetizzazione – motivo per cui si è parlato, in questo caso, di mimetismo industriale.

Tant’è che a partire dagli anni sessanta del Novecento, quando ci fu una maggior sensibilizzazione ambientale e l’aria britannica cominciò a essere sempre più pulita, i tronchi delle betulle iniziarono a schiarirsi sempre più, finché, insieme ai licheni, la falena bianca tornò a popolare la campagna inglese.

E sorge così spontanea una domanda, ossia quali saranno gli effetti dell’inquinamento sulla sopravvivenza di noi esseri umani: chissà se anche nel nostro caso saranno (o magari sono già stati) selezionati gli individui più adatti a sopravvivere in un ambiente da loro stessi alterato…


L’immagine a cappello dell’articolo è un’opera della textile artist (artista tessile, ma si sa che ormai l’inglese…) Anne Honeyman, che prima di dedicarsi al filo e alla tessitura ha studiato geografia e paleoecologia.

Mi sono liberamente ispirata al titolo di un film (un po’ delirante) di Emir Kusturica per ricordare il centenario della morte di Alfred Russel Wallace, il grande naturalista che, parallelamente a Darwin, ha formulato per la prima volta una teoria dell’evoluzione.

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