Archivi tag: storia della scienza

Arthur Eddington e la conferma della relatività

Nei giorni intorno all’11 febbraio si è fatto un gran parlare di onde gravitazionali. Per chi ancora non sapesse di cosa si tratta, una volta tanto non metterò il link alla relativa pagina di Wikipedia, bensì una breve – ma molto intensa – lettura delle prime righe della stessa da parte di Giancarlo Cattaneo, una delle voci più belle della radio italiana (se non mi credete e questo non vi basta, ascoltatelo leggere durante una puntata di Parole note):

Le onde gravitazionali, ormai lo sanno anche i muri, sono state osservate per la prima volta quasi esattamente un secolo dopo la loro comparsa nel mondo delle idee scientifiche. Risultato del tutto eccezionale anche al di là della simpatica coincidenza, ed estremamente emozionante per i suoi possibili risvolti.

Pur tuttavia, non si è trattato “della conferma della relatività generale” come hanno detto e scritto in molti; o meglio: si è trattato di un’ulteriore conferma. Non mi si fraintenda: la scienza è sempre felice quando le teorie ricevono conferme da più parti diverse, perché le teorie servono proprio a farci capire meglio come funziona la natura, e ovviamente non possiamo che rallegrarci quando la natura ci mostra in modi diversi che la nostra comprensione si sta sviluppando lungo binari corretti.

Eppure, nonostante i molti articoli che ho letto sul web e anche sulla carta stampata, mi sono stupita di non trovare nessun riferimento a quella che fu la prima conferma sperimentale convincente della teoria einsteiniana; essa, come vedremo, è assolutamente affascinante, ha origini molto più lontane nel tempo e risale a un periodo estremamente concitato: l’inizio del ventesimo secolo e, in particolare, gli anni della Prima guerra mondiale.

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Gli straordinari poteri dell’umami

Eccoci nuovamente a parlare di umami. Abbiamo lasciato infatti ancora in sospeso due questioni: a cosa serve l’umami, rispetto agli altri quattro gusti? E soprattutto, perché il sushi è già buono di per sé, ma con la salsa di soya è ancora più buono?

Innanzitutto, bisogna tenere presente che, come spiegato in questa interessantissima rassegna (scritta da un chimico californiano che si è ampiamente documentato prima di aprire il proprio ristorante giapponese!), la scienza del gusto è ancora in via di evoluzione; si pensi a un fenomeno come la chemestesi (illustrata qui da Renato Bruni), ad esempio, che soltanto di recente è stato distinto dalle sensazioni implicate da recettori gustativi e olfattivi.

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Umami, questo illustre sconosciuto

“Brodo al gusto umami? Umami? Ma che nome è? L’ultima trovata di un responsabile marketing con la passione dei manga?” Questa fu la mia reazione quando una manciata di anni fa, leggendo la bella tesi della mia ex compagna di banco del liceo, mi imbattei per la prima volta nel quinto gusto, quello nuovo ed elusivo che si accompagna ai quattro che mi ricordavo di aver studiato a scuola – dolce, amaro, salato e acido.

I gusti, oltre a renderci la vita più piacevole, hanno tutti un ruolo definito nell’orientarci nella scelta di ciò che ingeriamo: il dolce e il salato sono appetitosi e ci spingono a mangiare nutrienti essenziali come i carboidrati e i sali minerali; gli acidi sono comuni in cibi fermentati e avariati – quindi potenzialmente dannosi – e amaro corrisponde a composti alcalini, molto comuni in sostanze velenose per l’uomo. Questo è il modo con cui l’evoluzione ha agito sui nostri recettori e questo, per inciso, è anche il motivo per cui “con un poco di zucchero la pillola va giù”: non per nulla le medicine, che se assunte in grandi quantità fanno più male che bene, sono tipicamente amare, e una copertura zuccherina può facilitarne l’assunzione. Ma che dire dell’umami?

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Émilie du Châtelet, traduttrice fuori dal comune

Come ho già avuto modo di scrivere, le lingue della scienza variano con il trascorrere del tempo e, di volta in volta, la diffusione di un risultato scientifico può dipendere fortemente dalla volontà di tradurlo in modo da renderlo comprensibile a un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori. In molti casi, tuttavia, l’amore per la propria lingua madre può essere tale da rendere necessaria una traduzione per far sì che anche gli stessi scienziati possano prendere coscienza di nuovi possibili modi di vedere il mondo.

I francesi, si sa, sono famosi per prediligere – per l’appunto – il francese, tanto da avere istituito una legge fatta apposta per renderne obbligatorio l’uso in un gran numero di situazioni. Le cose non stavano tanto diversamente tra il Seicento e il Settecento, quando la pubblicazione in latino dei newtoniani Principia Mathematica incise ben poco sulla comunità scientifica francofona, probabilmente tutta presa dalla lettura del cartesiano Discorso sul metodo – scritto e pubblicato, manco a farlo apposta, in lingua francese una trentina d’anni prima dei tre tomi prodotti dal matematico britannico.

La situazione era però destinata a cambiare a causa di una donna.

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Vita di Keplero: l’astronomo e la strega

Vita di Galileo di Bertold Brecht è un capolavoro della drammaturgia che, quando ben interpretato, tiene inchiodati alla sedia nonostante la durata – inconcepibile per quanti sono abituati al cinema o alla televisione, più che al teatro – di oltre quattro ore.

@Tommaso Le Pera - lavia galileo
Entusiasta della mise en scene di Gabriele Lavia ma turbata da alcune mie lacune su certi particolari delle vicende galileiane, che non rivelerò nemmeno sotto tortura, mi è tornata in mente un’altra storia che tiene unite insieme la rivoluzione scientifica del XVI e XVII secolo  e le credenze religiose: il processo per stregoneria alla madre di Johannes von Kepler, per gli amici Keplero.

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