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Perché è bella

Fin da quando ho iniziato a usare l’email, ho preso l’abitudine di usare citazioni di autori più o meno noti per accompagnare la mia firma elettronica; lo faccio perché sono egobaricentrata e mi piace dare l’idea di essere una persona colta e intelligente e le cui email meritano di essere lette, senza dubbio, ma anche perché spesso il contenuto di queste email è noioso o tecnico, e mi sembra importante, alla fine, far prendere al mio destinatario una boccata d’aria fresca – se lo vuole.

Qualche anno fa, senza sapere che nel futuro mi sarei trovata ad affrontare la traduzione del suo ultimo libro, scelsi una frase del matematico e filosofo francese Henri Poincaré; poco tempo dopo, questa frase mi fu “rubata” dal filosofo Nicholas Hunphrey, col quale all’epoca corrispondevo per motivi di lavoro, che la volle citare in una sua conferenza sui temi della coscienza e della percezione. Il video qui sotto me l’ha fatta tornare in mente dopo tantissimo tempo, e mi sembra che – insieme – riassumano le mie velleità di science blogger infinitamente meglio di quanto io sia riuscita a fare sinora.

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Si può legiferare sull’utilità di un esperimento?

In questi giorni stanno succedendo cose, in Italia, che causano uno strano affollamento di considerazioni a sfondo scientifico su radio, televisione, social media e altri mezzi più o meno strutturati e più o meno informati.

Stamattina mi sono arrabbiata tantissimo con i conduttori di uno dei miei programmi radiofonici preferiti (che non citerò) perché continuavano a confondere i piani e a non correggere, probabilmente perché non li riconoscevano come tali, i tanti errori che apparivano di continuo nei discorsi degli ascoltatori al telefono. Perché le opinioni non sono “giuste” o “sbagliate” di per sé, a priori, ma i fatti possono essere riportati correttamente oppure no, e quando sono riportati erroneamente, in un contesto come quello è sacrosanto farlo presente. Almeno secondo me.

Ma il culmine dell’arrabbiatura l’ho raggiunto quando uno dei due conduttori (che continuerò a non nominare, per quanto la tentazione sia forte) ha chiuso la prima parte della trasmissione con una citazione di Albert Einstein, che sicuramente “fa tanto figo”, soprattutto tra i non addetti ai lavori.

Peccato che tale citazione fosse fatta a sproposito, perché la considerazione “Nessuno scopo è, secondo me, così alto da giustificare dei metodi indegni per il suo conseguimento” – e variazioni sul tema – è stata sì attribuita allo scienziato, ma in modo erroneo. La cosiddetta “vivisezione” – intesa come sperimentazione sugli animali – non c’entra nulla. Si tratta di una frase estrapolata dai Pensieri degli anni difficili, dove è inserita nell’ambito di un discorso sulle situazioni venutesi a creare in seguito alla bomba atomica.

Per questo motivo, ci tenevo a riportare un brano di uno scienziato della caratura e serietà di Einstein, che, al contrario, sulla questione della vivisezione si pronunciò apertamente in un suo scritto che, per quanto risalga a oltre cento anni fa, mostra un equilibrio troppo spesso assente nei nostri contemporanei.

Ecco a voi Henri Poincaré:

La questione della vivisezione merita una breve riflessione, per quanto così facendo mi allontani un po’ dal filo del mio discorso. In questo caso vi è uno di quei conflitti tra doveri che la vita pratica ci sottopone a ogni piè sospinto. L’uomo non può rinunciare a conoscere senza al contempo sminuirsi: ecco perché gli interessi della scienza sono sacri. La scienza è sacra anche a causa dei mali che può guarire e prevenire, che sono in numero incalcolabile. D’altro canto, tuttavia, la sofferenza è un’empietà (non dico la morte, dico la sofferenza): per quanto gli animali inferiori siano senza dubbio, per l’appunto, inferiori all’uomo, meritano comunque la nostra pietà. Non possiamo accettare compromessi: il biologo deve intraprendere, anche su esseri inferiori, soltanto esperimenti davvero utili; spesso ci sono mezzi di ridurre al minimo il dolore: il biologo deve servirsene. Bisogna, in questo caso, fare i conti con la propria coscienza; ogni intervento legale sarebbe inutile. In Inghilterra si dice che il Parlamento può fare ogni cosa, eccetto trasformare un uomo in una donna. Aggiungerei che può fare ogni cosa, eccetto legiferare in modo competente su un argomento scientifico.

PS Mi accorgo soltanto ora che – anche se non voglio fare il nome del conduttore in questione – l’ultimissima parte questa citazione di Poincaré lo riguarda in modo particolare…

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La più difficile di tutte le sincerità

henri poincareGrazie al suo libro Ultimi pensieri, che ho da poco finito di tradurre per Edizioni Dedalo, ho scoperto che il matematico e filosofo Henri Poincaré, una delle figure più importanti della storia del pensiero occidentale che come potete vedere nell’immagine qui accanto un tempo lontano è stato anche lui un bambino, non si è affatto limitato a occuparsi – per l’appunto – di matematica e filosofia, nonostante avesse molto da dire sugli argomenti, ma ha anche scritto parole illuminanti ed estremamente attuali sui rapporti fra scienza e morale. Con un’osservazione conclusiva che quasi quasi sconfina nella psicanalisi.

La scienza ci mette costantemente in relazione con qualcosa di più grande di noi; ci offre uno spettacolo sempre nuovo e sempre più vasto: dietro le cose più grandi che ci mostra, ci fa indovinare qualcosa di ancora più grande. Questo spettacolo è per noi fonte di gioia, gioia che però non ci rende dimentichi di noi stessi; per questo motivo, la scienza è moralmente sana.

Chi ha gustato, chi ha visto, anche solo da lontano, la splendida armonia delle leggi naturali, è sicuramente meglio disposto di un altro a fare poco caso ai propri piccoli interessi egoistici; costui avrà un ideale che ama più di se stesso, e questo è un terreno fertile per la costruzione di un’etica. Quest’uomo, per il suo ideale, lavorerà senza risparmiarsi e senza aspettarsi alcuna delle ricompense grossolane che invece per altri uomini sono tutto ciò che conta; quando avrà ormai preso l’abitudine a disinteressarsi, quest’abitudine lo seguirà dappertutto e la sua intera esistenza ne resterà impregnata.

Tanto più che la passione che lo ispira è l’amore della verità; un tale amore non è forse di per sé un’etica? Esiste qualcosa di più importante da combattere della menzogna, vizio così frequente nell’uomo primitivo, e tra i più degradanti? Quando avremo acquisito l’abitudine al metodo scientifico, alla sua precisione scrupolosa; quando avremo l’orrore di qualsiasi “aiutino” dato agli esperimenti; quando ci saremo abituati a temere come il peggior disonore il rimprovero di aver, per quanto innocentemente, truccato i nostri risultati, e quando questo sarà diventato per noi un tratto professionale indelebile, una seconda natura. Ebbene: quando tutto ciò sarà successo, non ci porteremo forse dietro in tutte le nostre azioni questa preoccupazione per la verità assoluta, fino a non comprendere più cosa spinga un uomo a mentire? E non è forse questo il modo migliore per acquisire la più rara, la più difficile di tutte le sincerità, ossia quella che consiste nel non ingannare noi stessi?

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