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Fotografare la Luna prima dell’era di Instagram

Tanto per avere dei numeri a supporto di quella che poteva anche essere una mia personalissima idea campata un po’ per aria, ho appena fatto una ricerca su Instagram: l’hashtag #moon mi ha dato 11.875.80 risultati (l’italo-ispanico #luna più di tre milioni, quindi anche in quel caso non si scherza). Poi, è vero, non tutte le immagini a cui è associata la parola chiave “luna”, quale che sia la lingua utilizzata, sono altrettante istantanee del nostro satellite; ma anche si trattasse soltanto del 50%, quasi sei milioni di immagini sono comunque un discreto numero. Come pensavo, almeno apparentemente, fotografare la Luna è un’attività molto comune.

Quella delle fotografie del nostro satellite è una vera e propria storia, a dire il vero abbastanza lunga e complicata da non poter essere raccontata tutta in un unico post; vorrei però incominciare con una foto – quella in copertina – che è una fotografia della Luna anche se l’astro non compare da nessuna parte.

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Rosa o azzurro? Gli stereotipi del colore

Il progetto Pink and Blue dell’artista coreana Jeong Mee Yoon, iniziato nel 2005 e proseguito per diversi anni, esplora il rapporto tra i colori degli oggetti che i bambini possiedono e i loro gusti. Il tutto combinato all’influenza di un fattore aggiuntivo, ossia le inclinazioni e la capacità critica dei loro genitori.

L’artista non aveva potuto fare a meno di notare che la sua figlia minore, che all’epoca aveva cinque anni, nutriva per il rosa una tale predilezione da voler indossare soltanto abiti di quel colore; la medesima monocromaticità era riservata anche ai giocattoli e a tutti gli altri oggetti che facevano parte della sua vita, dallo spazzolino da denti al guinzaglio del cane. E una volta postasi il problema, dovette prendere atto che il figlio maggiore, di undici anni, pur non avendo una propensione particolare per l’azzurro, possedeva quasi soltanto vestiti e accessori di varie sfumature di blu.

Questione di gusti o, piuttosto, questione di consumismo, di leggi del mercato e di capitalismo globalizzato?

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Terra cibus

Non è un progetto nuovo, anzi; risale ormai a un paio di anni fa. Ma certe cose, probabilmente, non invecchiano mai.

Nel progetto Terra cibus, l’artista Caren Alpert ha fotografato il cibo molto, molto da vicino. Mi è capitato di leggere che praticamente qualsiasi cosa diventa bella, se vista sotto la “lente” d’ingrandimento di un microscopio elettronico: probabilmente è vero, e lo è tanto di più in casi come questo.

In ciò che ci dà nutrimento esistono paesaggi, schemi e texture che mai avremmo immaginato. Con le parole della Alpert, “questo mezzo decostruisce, astrae e rivela l’ordinario in modo da toglierci il fiato. Più la lente si avvicinava, più vedevo il cibo – e i suoi consumatori – come parte di un ecosistema più grande”. L’artista spera che queste fotografie “possano trasformare la nostra ossessione per il cibo in una nuova vicinanza con ciò che ci fa sopravvivere.”

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Una goccia d’acqua (salata)

Io non sono molto brava a nuotare, anzi. Sono un’adepta dello stile “a cagnolino” e nel massimo dello slancio posso cimentarmi in qualche bracciata a rana, rigorosamente tenendo la testa fuori dall’acqua. Tendenzialmente, il mio stile preferito consiste nel fare il morto e lasciarmi cullare dalla corrente. Uno dei problemi di fare il morto, tuttavia, è che le onde del mare tendono a entrare molto fastidiosamente nella bocca e nel naso. E come dimostra lo splendido ingrandimento del fotografo David Littschwager, una gocciolina d’acqua di mare si porta dietro un sacco di cose:

acqua di mare

Queste bestioline colorate – alcune delle quali assolutamente splendide alla vista! – sono note collettivamente sotto il nome di plancton.

Vediamo un po’ più nel dettaglio di cosa si tratta con l’aiuto di un disegno (Credits).

Sea life key

1. Larva di granchio. Lungo circa mezzo centimetro, questo artropode trasparente e delicato impiegherà ancora molto tempo prima di raggiungere la maturità; ciò nonostante, sono già riconoscibili molte parti del corpo, come le chele e una coppia di occhi composti.

2. Cianobatteri. Questi filamenti simili a molle rappresentano alcune tra le forme di vita più primitive sulla Terra. I cianobatteri sono tra i primi organismi a essersi evoluti, riuscendo a sfruttare l’energia solare per produrre zuccheri – il processo della fotosintesi, grazie a cui viene liberato ossigeno nell’atmosfera a partire dall’anidride carbonica. I miliardi di miliardi di cianobatteri presenti negli oceani sono responsabili di gran parte dell’ossigeno oggi presente nell’atmosfera terrestre.

3. Diatomee. Queste alghe popolano i mari in numero… innumerevole! La membrana è costituita da sostanze fortemente impregnate di silice ed è formata da due valve incastrate l’una nell’altra come il fondo di una scatola nel suo coperchio. La superficie esterna della faccia valvare presenta i più svariati disegni e rilievi, disposti in diversi modi. Quando muoiono, le diatomee cadono sul fondale marino, dove possono dare origine a rocce.

4. Copepodi. Si tratta della forma più comune di zooplancton, piccoli crostacei (raramente più lunghi di 1 o 2 millimetri) che costituiscono la maggior parte delle fonti proteiche per i pesci che popolano gli oceani. Questi organismi minuscoli hanno il corpo a forma di goccia e lunghe antenne; sono ottimi nuotatori, hanno un sistema nervoso sviluppato e cercano di evadere la cattura. Sono così tanto numerosi che secondo alcuni tutti i copepodi, nel loro insieme, costituiscano la più grossa massa animale sulla Terra.

5. Chetognati. Questi organismi traslucidi sono piccoli predatori e, relativamente alle altre forme di plancton, sono piuttosto grossi (da 3 millimetri fino addirittura a 12 centimetri!). Hanno un sistema nervoso, una bocca dotata di denti e due piccole protuberanze ai lati della testa con cui afferrano le prede. Alcuni sono addirittura in grado di inoculare nelle potenziali prede un veleno paralizzante.

6. Uova di pesce. Quasi tutti i pesci depongono uova, anche se alcuni (tra cui certi squali) danno alla luce dei neonati già formati. Alcune specie proteggono e curano le proprie uova (tra cui i cavallucci marini, che delegano questo compito ai maschi), ma la maggior parte si limita a rilasciare numeri enormi di uova fecondate, gran parte delle quali sarà mangiata – anche dagli esseri umani.

7. Policheti. Ne esistono ben oltre 10.000 specie diverse; hanno il corpo simile a quello di un verme, segmentato e dotato di decine di minuscole appendici utilizzate per la propulsione.

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Vi presento Marte

Sembrano immagini astratte, fotografie di paesaggi immaginari e onirici, particolari di oggetti arcani. Niente di tutto questo: benvenuti sul pianeta rosso!

Le 150 foto raccolte nel volume This is Mars, da poco pubblicato, sono tutte immagini spedite dal satellite MRO (Mars Reconnaissance Orbiter). Arrivato in orbita intorno al nostro vicino nel 2006, il satellite e il suo telescopio HiRISE hanno proceduto a mappare la superficie marziana in una serie di fotografie che ritraggono le principali caratteristiche del pianeta, dal vulcano del Monte Olympus (il più grande del sistema solare, coi suoi 25 (!) km di altezza) alle dune della regione di Noachis Terra.

mars MRO

Ci sono due motivi per cui Marte ospita un vulcano così grande (e il Monte Olimpo non è l’unico a surclassare quelli terrestri). La prima è che Marte è un pianeta con un’unica placca: la sua litosfera è un guscio intatto (una placca unica), stazionario rispetto al mantello sottostante. Sulla Terra, le placche galleggiano, così che i vulcani alimentati dai pennacchi vengono spostati e privati del magma dopo pochi milioni di anni; su Marte, invece, un pennacchio fornisce magma allo stesso punto della litosfera finché il pennacchio resta in attività. Il Monte Olimpo potrebbe aver iniziato a formarsi più di un miliardo di anni fa; non abbiamo modo di saperlo, perché possiamo datare soltanto (contando i crateri) ciò che oggi è in superficie e non possiamo vedere le parti più vecchie, sepolte all’interno dell’edificio vulcanico. Sulla cima si sovrappongono molte caldere datate a 100-200 milioni di anni fa, ma i flussi lavici più recenti, sulle pendici, sembrano essere più giovani e avere soltanto due milioni di anni ed è probabile che un giorno o l’altro il Monte Olimpo erutti ancora. La seconda ragione per cui Marte ha così tanti vulcani, tutti così grandi, è perché può permetterselo: ha una litosfera fredda e forte, due volte più spessa di quella terrestre. Se trasportaste il Monte Olimpo sulla Terra – o su Venere – le loro litosfere, relativamente sottili, non reggerebbero il carico, si affloscerebbero e il vulcano perderebbe parte della propria altezza. mars MRO

Un’altra caratteristica tipica del pianeta rosso sono le sue tempeste di polvere, notate per la prima volta nel 1809 grazie a un telescopio. Al perielio, quando Marte riceve il 40% in più di energia solare rispetto a quando si trova all’afelio, venti più veloci di 20 metri al secondo possono sollevare in alto nel cielo così tanta polvere che la maggior parte della superficie è oscurata per diverse settimane; talvolta si vede ben poco oltre alla cima del Monte Olimpo. A causa delle nuvole che spesso si ammassano nelle vicinanze, la montagna spesso sembra bianca; da questo prese il nome precedente di Nyx Olympica (neve di Olimpo), che fu cambiato nel momento in cui le immagini raccolte dalla sonda Opportunity mostrarono ciò che stava succedendo in realtà.

This Is Mars
Photographs by NASA/MRO
Curato da Xavier Barral, con testi di Alfred S. McEwen, Francis Rocard e Nicolas Mangold
Aperture

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