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Di che colore è una banana?

Che domanda stupida: una banana è gialla, lo sanno anche i bambini! Nel corso della sua breve esistenza, tuttavia, una banana è gialla soltanto per una piccola parte del tempo, un giorno o al massimo due: inizialmente è verde, quando è ancora acerba, poi è vero che durante la maturazione diventa sempre più gialla ma, ben presto, il giallo comincia a tendere verso il marroncino, e il frutto si cosparge progressivamente di puntini che indicano un eccessivo grado di maturazione. A quel punto, se ancora non ce ne siamo liberati mangiandola oppure gettandola via, la banana tende a diventare sempre più scura, finché il marrone diventa quasi nero e la buccia comincia ad avvizzire.

Eppure, quando pensiamo a una banana, l’immagine che si presenta agli occhi della nostra mente è inequivocabilmente tinta di giallo: questa è la nostra percezione del colore del frutto, questo – ossia il giallo (e non il verde, e neppure il marroncino puntinato) – è il colore che proiettiamo su tutti gli “oggetti-banana” che fanno parte della nostra realtà.

Ciò succede perché il colore non è semplicemente la luce che colpisce i nostri occhi, quanto il risultato di un insieme di esperienze.

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La sveglia suona sempre due volte

Ormai lo sanno anche i muri: trascorriamo all’incirca un terzo della nostra vita dormendo. Giornate di 24 ore, una media di 8 ore per notte… I conti sono facili da fare. E immagino che nessuno si stupirà di leggere che la scienza ha dimostrato come un risveglio forzato (il famigerato driiiiiin della sveglia) possa essere più o meno traumatico a seconda del momento in cui avviene.

Le ore dedicate al riposo non sono un flusso continuo, ma constano di un’alternanza pressoché inarrestabile di diverse fasi del sonno in cui, di volta in volta, siamo apparentemente sul punto di risvegliarci oppure sprofondiamo in uno stato di completa paralisi muscolare. Questi diversi stadi, che tutti noi – oltre a viverli – abbiamo avuto modo di osservare trovandoci accanto a qualcuno che stava dormendo (magari con nostra grande invidia, com’è stato il mio caso per molti anni), sono stati oggetto di ricerche scientifiche approfondite, rese possibile dal fatto che essi sono associati a cambiamenti nell’attività elettrica cerebrale facilmente riscontrabili con la tecnica dell’elettroencefalogramma.

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Spogliare con gli occhi

Da bambina, la mia consapevolezza del fatto che all’interno del mio corpo ci fossero delle “cose” bene precise, e che anche se invisibili queste “cose” mi accomunassero ai miei simili, si sviluppò grazie a  un libro che oggi definirebbero “pop-up” che giaceva semi dimenticato nella libreria della casa di campagna dei miei nonni. Pubblicato con ogni probabilità negli anni quaranta o cinquanta, questo Atlante del corpo umano conteneva, oltre a chilometri di righe di parole per me all’epoca ben poco interessanti, curiosi disegni di corpi che si potevano letteralmente aprire, rivelando al loro interno strati su strati di organi debitamente etichettati (in quello che credo fosse latino).

Da adulta, ho poi scoperto che questo genere di iconografia anatomica è una pratica molto antica, quasi quanto lo stesso libro stampato, e risale al sedicesimo secolo.

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Una storia naturale dell’occhio

I nostri occhi sono, fra tutti gli straordinari organi di cui è fatto il nostro corpo, quelli che da sempre mi hanno più affascinato.

Sarà che porto gli occhiali da tempo immemorabile e che la mia unica esperienza con le lenti a contatto, anni e anni fa, mi ha provocato un’escoriazione alla cornea e molteplici crisi di rigetto, ma provo per gli occhi un’ammirazione sconfinata per il modo in cui apparentemente senza fatica riescono a metterci in contatto con l’ambiente esterno e a farmi godere di piaceri molteplici senza farmi ingrassare di un grammo!

L’autore del romanzo Il peso dei numeri, Simon Ings, si è cimentato questa volta in un saggio dedicato all’occhio, di cui parla con una soggezione simile alla mia da un punto di vista fisiologico ma anche simbolico, con la prospettiva di un accademico storico della scienza seppure non lo sia neanche lontanamente.

La sua Storia naturale dell’occhio è un libro eccezionale, ricco di aneddoti sulla vista e sul modo in cui ci rapportiamo a questo organo di senso così fondamentale, troppo spesso dato per scontato da chi, me per prima, non si rende conto della fortuna che ha di poter abbracciare il mondo semplicemente grazie a un battito di ciglia.

Quella parte di storia della scienza che parla degli studi sulla visione umana è appassionante come e più di un romanzo; a questo si affiancano ricchi resoconti sulla visione nel mondo animale, con attente analisi sull’evoluzione degli organi deputati alla vista corredate di meticolose descrizioni – talvolta un po’ inquietanti, come nel caso di molti insetti.

Un libro non di facilissima lettura per chi, come la sottoscritta, non ha competenze in ambito fisiologico; ma lo sforzo è assolutamente ripagato ogni volta che la visione della realtà esterna è arricchita dalla consapevolezza di tutti i meccanismi che la rendono possibile.

 

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