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Le api come opera d’arte

Ultimamente si fa un gran parlare di quanto le api siano importanti per la biodiversità, ma confesso che molto egoisticamente ogni primavera la mia prima preoccupazione è quella di non farmi pungere…

Sia quel che sia, le api, per quanto strano possa sembrare, sono state negli ultimi anni non soltanto oggetto di libri e articoli di giornale in cui se ne commentava catastroficamente l’imminente scomparsa, ma anche, più costruttivamente, soggetto protagonista di alcune opere d’arte.

Personalmente, sono stata colpita in particolare da due opere,  realizzate da artisti entrambi in grado di stabilire un dialogo costruttivo con apicoltori e scienziati e capaci di “sfruttare” le straordinarie capacità di questi insetti per realizzare qualcosa di bello e, a suo modo, importante.

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Microispirazioni

Quando aveva poco più di vent’anni, a Klari Reis fu diagnosticato il morbo di Crohn. Questa malattia autoimmune è tale per cui il sistema immunitario aggredisce il tratto intestinale e provoca dolorose infiammazioni. Purtroppo non esiste ancora una terapia risolutiva, ma  l’alimentazione e lo stile di vita rivestono un ruolo fondamentale nel controllo e nel contenimento dei sintomi.

Dopo aver trascorso lunghi periodi in ospedale sia negli USA sia in Gran Bretagna, dove stava studiando, Klari Reis cominciò – con l’aiuto dei medici – a osservare  al microscopio le proprie cellule e le loro reazioni con i diversi farmaci che assumeva. I liquidi di contrasto utilizzati per far emergere le varie parti delle cellule erano di colori particolarmente vividi e furono per lei fonte d’ispirazione: iniziò così a realizzare opere d’arte legate al micromondo biologico.

Quest’artista lavora principalmente con un materiale che non deriva dall’ambiente scientifico, bensì dal campo dell’architettura e dell’arredamento di interni: le resine epossidiche. Caratterizzate dall’alta resistenza meccanica e dalla bassa degradazione delle prestazioni quando usate in strati spessi, le resine epossidiche sono atossiche, inodori e impermeabili. Grazie all’aiuto di pipette, bacchette di acciaio, torce a gas butano o di un semplice asciugacapelli, Klari Reis riesce nell’intento di riprodurre le molteplici forme escogitate dalla natura per plasmare la materia organica nei suoi più intimi dettagli.

particolare klari reis

Tra le varie tipologie di opere, le mie preferite sono le capsule di Petri. Strumento di lavoro fondamentale per biologi e microbiologi, sono un contenitore ideale per terreni di coltura solidi e semisolidi e possono anche funzionare come portacampioni.

Le prime installazioni risalgono al 2009, raggruppano 30, 60 o 150 pezzi e, come dimostrano le immagini di seguito, sono di una bellezza da togliere il fiato.

Sul suo sito A daily dish* e sulla sua pagina Facebook, l’artista ci regala ogni giorno l’immagine di una capsula diversa, ognuna con un titolo particolarmente evocativo. Una vera gioia per gli occhi.

*Con un gioco di parole intraducibile fra Petri dish, capsula di Petri, e daily dish, piatto del giorno (in un ristorante).

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Amalgamated: l’arte di fare arte con le matite

La matita è un oggetto apparentemente umile, eppure è assolutamente indispensabile per prendere appunti, tracciare schizzi e lasciare qualsiasi altro segno tangibile della nostra presenza su un foglio di carta – o, meglio, lo è stato fino all’avvento dei vari tablet e smartphone, anche se personalmente sono fermamente convinta del fatto che continuerà ad avere un ruolo preponderante anche nel prossimo futuro.

Abbiamo già raccontato una breve storia della matita; oggi vorrei parlare invece di un progetto artistico che utilizza le matite con finalità espressive e risultati da togliere il fiato. Per l’appunto, l’arte di fare arte con le matite

In Amalgamated, Il finlandese Tuomas Markunpoika esplora il rapporto fra quello che è inteso come uno ‘strumento’ massificato e il suo scopo, evidenziando come la bellezza di una matita, se considerata come oggetto e utilizzata unicamente per il suo fine primario, viene diluita sino a perdersi del tutto. Ed è un vero peccato.

Le matite diventano materia e si fanno materiale per costruire qualcosa di solido e tangibile. Non che la scrittura o il disegno non lo siano, anzi; in questo caso, tuttavia, la grafite non è più soltanto un mezzo per esprimere qualcos’altro ma la matita, nella sua interezza, diventa un elemento costruttivo vero e proprio. E come accennavo sopra, nell’epoca dei tablet/smartphone/quant’altro si fa ancora più significativo il gesto di riprendere in mano uno strumento al contempo così utile e umile per sfruttarne la materialità con fini altri.

Markunpoika ha creato una serie di vasi incollando una matita all’altra, sfruttandone la forma esagonale per occupare al meglio lo spazio tridimensionale e utilizzando strumenti da taglio e tornitura del legno per realizzare oggetti che rivelano nella propria struttura interna schemi ogni volta diversi, tutti accomunati dal fatto di rivelare, ogni volta, la bellezza semplice ed essenziale di una matita.

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