Archivi tag: Artescienza

L’illustrazione scientifica, dal Settecento alle prime radiografie

Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, la storia dell’illustrazione scientifica (botanica, in particolare), è vecchia quanto le scienze naturali. Nel diciottesimo secolo, grazie ai risultati ottenuti dal naturalista svedese Carlo Linneo, si instaurò in botanica uno stile inaugurato dall’artista Georg Dionysus Ehret; esso era caratterizzato dall’accurata rappresentazione degli organi sessuali delle piante, fondamentali per l’identificazione delle varie specie (così come Linneo aveva dimostrato). Lo stile introdotto da Ehret divenne dominante, ma a esso si affiancò una seconda tendenza, che potremmo definire più “olistica”, caratterizzata da disegni in cui piante e animali sono sempre inseriti nel loro habitat naturale anziché essere rappresentati, come nel caso dello stile linneano, su uno sfondo neutro e del tutto avulsi dal contesto.

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Disegnare la natura: dagli erbari all’epoca di Linneo

L’atto di disegnare la natura e l’ambiente che ci circonda, con le sue piante e i suoi animali, è antico quanto l’uomo. Per dirla con una frase talmente banale da essere diventata un cliché, ma non per questo meno corrispondente a verità, la curiosità di comprendere il mondo è una caratteristica intrinseca agli esseri umani; alcuni più di altri, tuttavia, hanno sentito la spinta più o meno forte di registrare le immagini che si presentavano ai loro occhi, preservandole per la posterità. Dalle grotte dell’Europa, dell’Africa e dell’Australia, passando per gli artisti rinascimentali fino agli esploratori del post rivoluzione scientifica, la storia naturale è stata attentamente osservata e riprodotta da persone che decisero di impiegare anche moltissimo tempo a disegnare e dipingere ciò che si trovavano di fronte.

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La teoria del caos secondo Frank Stella

Il percorso che ha portato Frank Stella a esplorare la teoria del caos con mezzi e metodi – ovviamente – ben diversi dalla matematica, inizia nell’inverno del 1983 mentre l’artista, la sera prima di tenere una lezione all’università di Harvard sul tema dello spazio nell’arte, si stava rilassando fumando un sigaro (cubano). Gli anelli di fumo, prodotti quasi distrattamente nell’aria immobile della stanza, lo fecero riflettere sul fatto che si trattava di:

un modo di produrre immagini e creare forme che non avevo mai visto prima: una sorta di fantasticheria faustiana.

E istantaneamente si chiese come avrebbe potuto riprodurre quelle volatili architetture in una – statica – opera d’arte.

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La musica nascosta delle api

Qualche anno fa ho trascorso l’estate nelle isole Sporadi; per chi, come me, della Grecia aveva visto, e amato, soltanto le Cicladi arse dal sole e dal vento, le Sporadi sono una rivelazione verde e ombreggiata. Peccato che soprattutto l’isola di Skopelos, nel 2012, fosse letteralmente invasa dalle api, tanto che in quattro giorni riuscii a farmi pungere ben tre volte. Per inciso: sì, Skopelos è l’isola in cui hanno girato molte scene del film Mamma mia!, che vergognosamente confesso di non aver mai visto – sarà colpa delle api?

Ad ogni modo, da allora ho sviluppato una piccola fobia per questi insetti che, lo so, non hanno intenzione di farmi alcun male. E mi sento tremendamente in colpa perché, come ormai tutti sanno, le api sono molto importanti per mantenere la biodiversità.

PS: Se preferiamo adottare un punto di vista più egocentrato e meno “ecologista”, ricordiamo che le api sono praticamente indispensabili per continuare a impollinare quasi il 75% del cibo che, indirettamente o direttamente, arriva nei nostri piatti.

Una buona fonte di ispirazione è sicuramente il compositore Troels Brun Folmann, autore di effetti sonori per vari film hollywoodiani, tra cui Avatar, e di videogiochi noti anche a chi è nato prima degli anni ’50, come Tomb Raider. Folmann, un giorno, ha deciso di prendere il toro per le corna, affrontando la sua paura per le api in un modo abbastanza inusuale.

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Caleidoscopicamente

Tutti noi abbiamo, una volta o l’altra, giocherellato con un caleidoscopio che ci era stato regalato o in cui eravamo casualmente incappati a casa di qualcuno. E tutti noi, sicuramente, ci siamo meravigliati delle infinite forme bellissime che venivano a crearsi, sempre differenti, all’interno del tubo di cartone in risposta ai nostri movimenti rotatori.

Alcuni, fra noi, sono stati talmente colpiti dai giochi di luce e forme in movimento da voler riproporre il meccanismo del caleidoscopio su scale ben maggiori di quelle del tubicino da far girare tra le dita inventato dal fisico inglese David Brewster nella prima metà dell’Ottocento.

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