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Disegnare la natura: dagli erbari all’epoca di Linneo

L’atto di disegnare la natura e l’ambiente che ci circonda, con le sue piante e i suoi animali, è antico quanto l’uomo. Per dirla con una frase talmente banale da essere diventata un cliché, ma non per questo meno corrispondente a verità, la curiosità di comprendere il mondo è una caratteristica intrinseca agli esseri umani; alcuni più di altri, tuttavia, hanno sentito la spinta più o meno forte di registrare le immagini che si presentavano ai loro occhi, preservandole per la posterità. Dalle grotte dell’Europa, dell’Africa e dell’Australia, passando per gli artisti rinascimentali fino agli esploratori del post rivoluzione scientifica, la storia naturale è stata attentamente osservata e riprodotta da persone che decisero di impiegare anche moltissimo tempo a disegnare e dipingere ciò che si trovavano di fronte.

L’illustrazione scientifica propriamente detta nasce con lo scopo di aiutare gli scienziati nel lavoro di identificazione, descrizione e classificazione di una specie, sia essa animale o vegetale. E proprio così come, nel corso dei secoli, la scienza naturale è progredita e si è evoluta, lo stesso si può dire per la parte artistica del lavoro, che in molti casi, soprattutto a partire dal Rinascimento, ne è stata non soltanto un’appendice ma parte integrante.

Per lungo tempo, come testimoniano i manoscritti miniati giunti fino a noi, gli illustratori hanno mescolato, disegnandole con la stessa dovizia di particolari, figure di animali e piante realmente esistenti con altre rappresentanti il frutto della fervida immaginazione che caratterizzava l’epoca medievale. E per quanto strano ci possa sembrare oggi, non facevano eccezione neppure gli erbari, nei quali ancora alla fine del ‘400 si riscontrano riproduzioni di fiori mitici come un narciso che, al posto degli organi sessuali, ha una figura umana (Hortus sanitatis di Jacob Meidenbach, 1491).

narcisus - hortus sanitatis

Gli erbari nascono in relazione ai primi tentativi di strutturare una prassi medica e, nello specifico, dal bisogno di identificare una determinata pianta in modo rapido e il più possibile univoco, conoscendone al contempo i possibili usi medicinali e farmacologici. Per secoli, il testo più autorevole in materia fu il De Materia Medica, scritto nel primo secolo dopo Cristo dal greco Pedanio Dioscoride. Ancora oggi considerato uno dei più importanti manuali di medicina dell’antica Grecia (e dell’epoca medievale), fu tradotto in latino e in arabo nei primi secoli dopo Cristo e a partire dal sedicesimo secolo anche in molte altre lingue europee. Come molti erbari che sarebbero stati scritti in epoca più tarda, si ritiene che originariamente il De Materia Medica fosse sprovvisto di illustrazioni; scritto in greco per un totale di cinque libri, se ne conservano oggi diverse trascrizioni su codici miniati di epoca tardo antica e medievale. Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli vi è il cosiddetto “Dioscorides Neapolitanus”, codice redatto tra il sesto e il settimo secolo che contiene soltanto la parte relativa all’erbario.

dioscoride di napoli -
Nelle sue 170 pagine delicatamente miniate, il Dioscoride di Napoli copre tutto lo scibile botanico dell’epoca dell’impero di Nerone con commenti che descrivono minuziosamente l’aspetto, l’habitat e i possibili usi terapeutici di ogni pianta. Proprio le accurate descrizioni dell’aspetto delle piante, secondo gli studiosi, furono utilizzate dal redattore del codice per disegnare le meravigliose illustrazioni che oggi possiamo ammirare anche in versione digitale sul sito della World Digital Library. Le illustrazioni, create a partire da un testo anziché dall’osservazione diretta che (secondo gli standard moderni) dovrebbe accompagnare l’attività di disegnare la natura, in epoca più moderna hanno reso molto difficile l’identificazione di numerose piante, problema che accomuna questo codice al più famoso Dioscurides Costantinopolitanus conservato a Vienna e redatto intorno al 512 per la principessa Giuliana Anicia, figlia dell’imperatore d’Occidente Flavio Anicio Olibrio.

Con l’invenzione della stampa, nel quindicesimo secolo, le conoscenze botaniche si diffusero e divenne sempre più facile e veloce produrre erbari illustrati. I primi erbari stampati, in realtà, furono per lo più copie o addirittura copie di copie di manoscritti redatti secoli prima, spesso pieni di errori causati da cattive trascrizioni o mancata comprensione dei lavori precedenti sia nel testo sia, soprattutto, nelle illustrazioni. Soltanto nel sedicesimo secolo, quando i primi botanici cominciarono a studiare le piante “dal vivo”, gli erbari cominciarono a contenere sempre più immagini scientificamente accurate. Ancora negli ultimi anni del ‘500, tuttavia, un’opera erudita ed enciclopedica come i quattordici volumi della storia naturale di Ulisse Aldrovandi (a sua volta autore di uno splendido erbario, consultabile qui) era ricca di descrizioni e illustrazioni di mostri favolosi, come draghi e basilischi, prelevati direttamente dai bestiari medievali. A essi, tuttavia, si accompagnavano testi e figure provenienti senz’ombra di dubbio da un’osservazione accurata del mondo naturale e, nel caso di animali come l’aquila e il pavone, anche di vere e proprie dissezioni anatomiche.

pavone - disegnare la natura
Nel corso del diciassettesimo e del diciottesimo secolo, furono poi scoperte così tante nuove specie vegetali da rendere gli addetti ai lavori letteralmente disperati nel tentativo di ridare ordine a quello che, dalla scoperta delle Americhe in poi, era divenuto un vero e proprio caos. Il sistema di classificazione scientifica degli organismi viventi messo a punto dal naturalista svedese Carlo Linneo esaudì i loro desideri. Linneo creò uno schema tassonomico suddiviso in cinque categorie (varietà, specie, genere, ordine e classe), ma il suo merito maggiore fu la definizione e l’introduzione nel 1753 della nomenclatura binomiale, o binomia, secondo la quale ogni animale e ogni pianta sono indicati con due nomi latini: il primo riferito al genere (es. Homo), il secondo alla specie (es. sapiens).

Georg Dionysius Ehret, artista tedesco, dopo essersi formato come giardiniere e aver trascorso i primi anni della carriera viaggiando in tutta Europa, nel 1736 si recò in Olanda, dove divenne amico proprio di Carlo Linneo. Lavorando al suo fianco, incominciò a disegnare la natura e soprattutto le piante dal vivo, riproducendone con precisione la forma e i colori. Il tutto, con una particolarità che rende le sue illustrazioni le prime, probabilmente, a essere vere e proprie illustrazioni scientifiche: nella maggior parte dei disegni, infatti, le parti riproduttive della pianta sono ingrandite e dettagliate con cura per assistere gli scienziati nell’identificazione delle varie specie; ricordiamo infatti che proprio Linneo era riuscito a dimostrare che i fiori si riproducono sessualmente e aveva stabilito i nomi delle varie parti del sistema riproduttivo. Secondo alcuni (tra cui lo stesso Ehret, che però in quanto parte in causa non è una fonte tra le più affidabili), l’artista avrebbe deciso autonomamente di utilizzare criteri illustrativi di tipo anatomico, e soltanto in un secondo momento Linneo ne avrebbe, quasi truffaldinamente, rivendicato l’invenzione.

magnolia disegnare la natura
Lo stile introdotto da Ehret ben presto divenne dominante e prese il nome di stile linneano, ma nel corso del tempo si instaurò, tra artisti e naturalisti, una seconda tendenza, sostenuta dall’idea che in natura tutto sia connesso e interdipendente e non abbia dunque senso rappresentare gli oggetti del tutto avulsi dal proprio contesto.

Di questa tendenza, e di come la passione per disegnare la natura abbia continuato a impossessarsi di artisti e scienziati anche in epoca più moderna, onde evitare di sfinire chi legge (e chi scrive!) parleremo però in una prossima puntata.


L’immagine di copertina è un’opera della restauratrice e rilegatrice Abigail Bainbridge, che ha raccontato il dietro le quinte dell’impresa in alcuni articoli sul suo blog – qui il primo della serie.

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