L’albero carico di frutti nottazzurri

Ci sono voluti secoli per capire che l’universo è popolato di galassie simili alla nostra ma lontanissime. Un viaggio da Joyce a Van Gogh, da Kant a Hubble

Quale spettacolo si presentò loro quando […] emersero in silenzio, doppiamente oscuri, dall’oscurità attraverso un passaggio sul retro della casa nella penombra del giardino?
L’albero celeste delle stelle carico di umidi frutti nottazzurri.
Con quali meditazioni accompagnò Bloom l’indicazione che al suo compagno fece delle varie costellazioni?
Meditazioni sull’evoluzione sempre più vasta: sulla luna invisibile in lunazione incipiente, vicina al perigeo: sulla infinita lattiginosa scintillante incondensata via lattea, percepibile in pieno giorno da un osservatore situato all’estremità inferiore di una cavità cilindrica verticale affondata per 5000 piedi dalla superficie al centro della terra: su Sirio (alfa del Gran Cane) distante 10 anni luce e 900 volte le dimensioni del nostro pianeta, quanto al volume: su Arturo: sulla precessione degli equinozi: su Orione con la cintura e il sole sestuplo theta e la nebulosa in cui [potrebbero essere contenuti] 100 dei nostri sistemi solari: su stelle moribonde e nascenti come Nova del 1901: sul precipitarsi del nostro sistema verso la costellazione di Ercole: sulla parallasse o deviazione parallattica delle cosiddette stelle fisse, in realtà sempre muoventisi da eoni smisuratamente remoti a futuri smisuratamente remoti al cui confronto gli anni, sessanta e dieci, destinati all’umana esistenza formavano una parentesi di brevità infinitesimale.

In questo brano del suo capolavoro Ulisse, pubblicato nel 1922, James Joyce descrive chiaramente ciò che gli astronomi stavano soltanto iniziando a intravvedere: il cielo stellato è immenso e composito, e soprattutto non sta mai fermo, ma si muove ininterrottamente da miliardi di anni, ossia fin dall’inizio dello spazio e del tempo.

Come si vede ad esempio dal quadro di Rufino Tamayo che abbiamo scelto come immagine “a cappello” dell’articolo, Joyce non è certo né il primo né l’ultimo artista a essersi lasciato ispirare dalla maestosità del cielo notturno. E’ importante notare, tuttavia, che proprio in quegli stessi anni l’astronomo americano Edwin Hubble stava ponendo fine a un dibattito che aveva per lungo tempo scaldato gli animi di scienziati e astronomi: fin da quando Galileo Galilei aveva scoperto, all’inizio del XVII secolo, che la Via Lattea si scompone in una miriade di stelle, ci si era chiesti se lo stesso destino spettasse anche ad altri oggetti celesti dall’aspetto diffuso che, nel corso del tempo, avevano preso il nome di “nebulose”.

andromeda galassia

L’idea che queste “nebulose” fossero oggetti indipendenti risaliva in verità a oltre centocinquant’anni prima, quando nel 1755 il filosofo Immanuel Kant aveva proposto, nella sua opera Storia universale della natura e teoria del cielo, il concetto di “universi-isola”.

Il primo catalogo di “nebulose” fu stilato dall’astronomo francese Charles Messier che, dopo aver lui stesso confuso una nebulosa con l’arcifamosa Cometa di Halley (!), il cui passaggio era atteso con impazienza dagli scienziati di tutta Europa, per chiarire (e chiarirsi) le idee in proposito nel 1774 pubblicò un elenco di tutti gli oggetti stellari diffusi, dall’aspetto compatibile con quello di una cometa ma immobili rispetto alle stelle. La prima della lista era proprio la nebulosa all’origine del malinteso: oggi sappiamo che M1, per l’appunto, è la traccia lasciata dall’esplosione di una supernova avvenuta nel 1054; è nota anche come “nebulosa del granchio” grazie alla forma di un disegno che ne fece a metà dell’Ottocento William Pearsons, conte di Rosse. L’astronomo-disegnatore, dotato di un telescopio soprannominato “Leviatano” a causa del suo diametro, di dimensioni gigantesche per l’epoca (circa 2 metri), fu anche l’autore di uno schizzo della “nebulosa a spirale” M51 che, in quegli anni, circolò in tutta Europa; la forma dei bracci della nebulosa, particolare certo degno di nota, nel 1889 ispirò Vincent Van Gogh nella realizzazione della sua celeberrima “Notte stellata”.

Ma ritorniamo agli anni venti del Novecento, e a Edwin Hubble. L’astronomo, dopo aver per anni osservato alcune stelle variabili (le Cefeidi, già studiate poco tempo prima da Henrietta Leavitt), riuscì a dimostrare che queste “nebulose a spirale” erano corpi celesti troppo lontani per appartenere alla nostra Via Lattea, dal momento che si trovavano a più di un milione di anni luce di distanza dal Sole. Con un’affermazione che mise fine a un dibattito durato alcuni secoli, Hubble dichiarò che le nebulose non potevano che essere galassie simili alla Via Lattea, ma da essa distinte e completamente autonome. Con centocinquant’anni di intervallo, ecco che veniva ripreso un concetto del tutto analogo agli “universi isola” di Kant.

zodiaco

 

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