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Abiti che anticipano il futuro

In questi giorni, a Londra (e dove, se no?), si è tenuto un incontro dal titolo “Wereable Futures” – letteralmente, “Futuri indossabili”, anche se la traduzione in italiano oltre a non essere particolarmente eufonica rende abbastanza poco l’idea.

I wearables, le “cose che si indossano”, possono essere cose molto diverse tra loro, e al momento l’esempio più noto ai profani è sicuramente quello degli “occhiali” Google Glass – ho messo “occhiali” tra virgolette perché a parte la forma non hanno molto a che vedere con l’oggetto che da circa vent’anni mi grava sul naso e mi fa spesso rimpiangere di non essermi mai riuscita ad abituare alle lenti a contatto. Il primo esempio che mi viene in mente è tratto dalla cinematografia, e penso al guanto indossato da Tom Cruise in Minority Report – ma chiunque abbia uno smartphone (ossia praticamente tutti, mia madre compresa, eccetto la sottoscritta) non è tanto lontano dal concetto e, sono sicura, sarebbe felice di non doverlo sempre andare a cercare nei più riposti meandri della borsa (o della stanza, se è un uomo) ma di poterlo avere sempre con sé, quasi come una seconda pelle.

I wearables sono caratterizzati da due coppie di caratteristiche: da un lato funzionalità/espressività (non soltanto devono essere utili, devono “servire a qualcosa”, ma devono anche consentire a chi li indossa di esprimere il proprio modo di essere, di sentire), dall’altro il binomio interno/esterno (non si rivolgono soltanto a chi li indossa, ma interagiscono anche con l’ambiente circostante).

sensoree

Nell’immagine è mostrato all’opera Heart Sync, in cui dei sensori collegati al battito cardiaco creano degli spettacolari giochi di luce nel momento in cui il nostro cuore batte all’unisono con quello di un’altra persona nella stessa stanza. I campi di applicazione più rilevanti, nel prossimo futuro, saranno però con ogni probabilità quello della cura della persona, il benessere psicofisico e la salute e la sostenibilità ambientale.

Con le parole della sociologa (credo si possa definire così…) Francis Corner:

La moda non può più essere limitata alla bellezza giovane. Una popolazione che invecchia, patologie a lungo termine, solitudine, disabilità, obesità e disturbi alimentari hanno preso il posto della salute e del benessere. Fattori come le nuove tecnologie, i nuovi tipi di tessuto e le nuove tecniche di design, insieme alle possibilità economiche, ci danno le risorse per iniziare a sviluppare un’industria [della moda] più inclusiva, con un pubblico e acquirenti nuovi […], presagendo un futuro più aperto a tutti. Questo significa che chi insegna nell’ambito della moda deve collaborare con scienziati, psicologi, sociologi, chimici e fisici per esplorare tutti i modi in cui la scienza e il mondo industriale possono provare a rispondere ad alcune delle sfide che la nostra società si troverà ad affrontare.

I tessuti “intelligenti” che secondo alcune pubblicità dovrebbero aiutarci a smaltire la cellulite, rassodare i muscoli e non so cos’altro (forse lisciare le rughe?) sono una realtà? Forse lo saranno in un futuro molto vicino, e in parte lo sono già. La cosa più interessante, secondo me, è vedere come i designer da un lato stanno immaginando modi sempre più interlacciati per collegare il nostro corpo (organico) alle “meraviglie” della tecnologia più avanzata e, dall’altro, si rivolgono alla natura per trarre un’ispirazione nuova, corroborata proprio dalla tecnologia.

Il mio esempio preferito è il lavoro di uno studio americano, di Boston, che si è dato un nome che è tutto un programma: Nervous System, il sistema nervoso.

nsystemUsando un’interfaccia relativamente semplice (basata su un linguaggio di programmazione concepito appositamente per artisti e designer, Processing), i futuri acquirenti possono generare progetti di gioielli, oggetti e ultimamente anche abiti che vengono poi realizzati letteralmente su misura grazie alla tecnologia della stampa 3D.

Sembra un incrocio tra una litografia di Escher e una ragnatela ingrandita, plastificata e resa assolutamente irresistibile – provare per credere.

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