Una mappa del cervello: sì, ma come?

Le mappe, si sa, per quanto in molti casi possano risultare indigeste sono estremamente utili per orientarsi. Vero è che negli ultimi anni, da quando dire che gli smartphone sono un oggetto “diffuso” è diventato un eufemismo, l’abitudine di utilizzare app come Google Maps ha preso piede, a volte fin troppo. Come a Venezia, dove è utilissima anche a chi la città un po’ la conosce, figurarsi a chi vi si reca per la prima e probabilmente anche unica volta; mi è capitato più volte di vedere turisti talmente presi dall’osservazione dei percorsi tracciati sul cellulare da non prestare attenzione alcuna alle meraviglie che si innalzavano loro intorno  e prestarne ancor meno alle inevitabili asperità presenti sul terreno, con conseguenze che potete facilmente immaginare.

E comunque. Dopo tutti questi mesi di silenzio non era di questo che volevo parlare, bensì di cos’è, come si disegna e a cosa serve una mappa del cervello. Un post non sarà sufficiente, e forse nemmeno due. Ma da qualche parte bisogna pur incominciare, e questa volta – tanto per cambiare – partiremo con un po’ di storia.

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Le misteriose origini della Luna

Rispetto ai satelliti degli altri pianeti del Sistema Solare, la Luna è smisuratamente grande, con un diametro di 3.474 km che è circa il quarto di quello terrestre (12.742 km). L’unica situazione analoga a quella della relazione tra le dimensioni di Terra e Luna è riscontrabile nella coppia Plutone – Caronte, dove il rapporto di Plutone con il proprio satellite è uno straordinario uno a due; non dobbiamo però dimenticare che, da quando nel 2006 una decisione dell’Unione Astronomica Internazionale l’ha relegato al ruolo di pianeta nano, Plutone, con i suoi 2.400 km di diametro, non è più il nono pianeta del Sistema Solare. Di conseguenza, al primo posto della classifica dei satelliti più grandi in rapporto alle dimensioni del pianeta attorno cui orbitano si trova proprio il nostro e si tratta di un primato che, con ogni probabilità, è dovuto proprio alle stesse origini della Luna.

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L’illustrazione scientifica, dal Settecento alle prime radiografie

Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, la storia dell’illustrazione scientifica (botanica, in particolare), è vecchia quanto le scienze naturali. Nel diciottesimo secolo, grazie ai risultati ottenuti dal naturalista svedese Carlo Linneo, si instaurò in botanica uno stile inaugurato dall’artista Georg Dionysus Ehret; esso era caratterizzato dall’accurata rappresentazione degli organi sessuali delle piante, fondamentali per l’identificazione delle varie specie (così come Linneo aveva dimostrato). Lo stile introdotto da Ehret divenne dominante, ma a esso si affiancò una seconda tendenza, che potremmo definire più “olistica”, caratterizzata da disegni in cui piante e animali sono sempre inseriti nel loro habitat naturale anziché essere rappresentati, come nel caso dello stile linneano, su uno sfondo neutro e del tutto avulsi dal contesto.

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Disegnare la natura: dagli erbari all’epoca di Linneo

L’atto di disegnare la natura e l’ambiente che ci circonda, con le sue piante e i suoi animali, è antico quanto l’uomo. Per dirla con una frase talmente banale da essere diventata un cliché, ma non per questo meno corrispondente a verità, la curiosità di comprendere il mondo è una caratteristica intrinseca agli esseri umani; alcuni più di altri, tuttavia, hanno sentito la spinta più o meno forte di registrare le immagini che si presentavano ai loro occhi, preservandole per la posterità. Dalle grotte dell’Europa, dell’Africa e dell’Australia, passando per gli artisti rinascimentali fino agli esploratori del post rivoluzione scientifica, la storia naturale è stata attentamente osservata e riprodotta da persone che decisero di impiegare anche moltissimo tempo a disegnare e dipingere ciò che si trovavano di fronte.

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Come d’autunno sugli alberi il colore delle foglie

Anche quest’anno, a partire all’incirca da metà ottobre, la rete è stata invasa da immagini di quello che, ho da poco appreso, oggi tutti chiamano foliage: il cambiamento di colore delle foglie degli alberi. Dal verde della collezione P/E si passa a una gamma di colori che vanno dal giallo al rosso, passando per varie tonalità di arancione e toccando talvolta una punta violacea.

A parte che foliage l’ho sempre sentito pronunciare alla francese, mentre si tratta di un termine della lingua inglese (il francese ha feuillage, che si pronuncia così), la parola foliage originariamente indicava semplicemente la chioma di un albero indipendentemente dal suo colore; soltanto negli ultimi anni, credo per traslazione – ma non sono mai stata brava con figure retoriche & Co. -, è passato a descrivere questo fenomeno tipicamente autunnale, almeno per noi che viviamo nell’emisfero boreale.

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Scienza, Arte, Parole di carta